Nel precedente post ho espresso alcune riflessioni sulla borsa americana, in vista di un probabile imminente accordo di pace.

Brevemente, faccio altrettanto col petrolio.

Innanzitutto va detto che i massimi toccati a marzo (112 dollari) siano ampiamente inferiori alle aspettative dei vari esperti che, con la chiusura dello stretto di Hormuz, stimavano prezzi a 150-200 dollari.

Pertanto, il rialzo è stato consistente ma, considerato il contesto, controllato.

Inoltre, si osservi come i ripetuti annunci della fine del conflitto siano stati accompagnati nell’ultimo periodo da un calo del petrolio del 27% dai massimi, giungendo agli attuali 84 dollari.

In altre parole, anche in tal caso la pace sarebbe la classica notizia già scontata dai mercati.

Ulteriore importante considerazione: nel caso di riapertura immediata dello stretto serviranno diversi mesi per ripristinare i flussi pre-conflitto.

Tempo necessario per riposizionare e riprogrammare le rotte e per riparare i danni alle infrastrutture.

Inoltre, almeno inizialmente è lecito supporre che i costi assicurativi resteranno elevati a causa del rischio residuo, agendo da deterrente per i flussi.

Al di là di una eventuale, nemmeno sicura, reazione a caldo positiva (calo prezzi) nel caso di annuncio della pace, ritengo che nel medio lungo termine i prezzi non torneranno ai minimi di fine febbraio (60 dollari).

Riccardo Fracasso

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