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Condivido alcune riflessioni con l’intento di fornire informazioni utili in merito alla guerra, alla sua eventuale fine, evidentemente rilevante per i mercati azionari.

Mi sono chiesto in più occasioni il motivo per cui Trump abbia quantomeno sottovalutato il rischio della chiusura dello stretto di Hormuz.

Innanzitutto va precisato che in passato le minacce di chiusura da parte dell’Iran non hanno mai avuto un seguito.

Per di più, il blocco dello stretto rappresenta un’azione autolesiva per l’Iran, poiché l’export energetico rappresenta una sua entrata estremamente rilevante.

D’altro canto, l’Iran non si era mai trovato in una situazione come l’attuale e sta dimostrando al mondo intero che in questi casi è disposto a tutto pur di non arrendersi.

Ciò ha evidentemente spiazzato gli Stati Uniti, convinti in origine di un conflitto molto veloce.

Entrambe le parti, per motivi diversi, si trovano in una situazione in cui possono resistere nel breve termine ma non oltre.

Per l’Iran, col tempo il danno economico diventa ingestibile, mentre per gli Stati Uniti si tratta più di un fattore politico, con le pressioni degli alleati (per il momento timide) e, soprattutto, dei cittadini americani stessi infastiditi dall’aumento dell’inflazione e da un numero di militari morti sempre maggiore.

Si è creata una sorta di duello in cui due auto che viaggiano dal senso opposto si sfidano ed entrambe minacciano di non sterzare.

Quindi, il fattore ‘tempo’ è determinante e c’è da capire chi sarà il primo a svoltare.

Tra i due Paesi, anche leggendo tra le righe delle varie dichiarazioni, è probabile che saranno gli Stati Uniti a giungere prima al proprio ‘limite’.

Infatti, sono sufficienti 1-2 mesi affinché si concretizzino gli effetti di secondo livello: lo schock energetico si trasferisce ad altri settori (trasporti, produzione, logistica) e successivamente ai salari.

In tal caso, al malumore per il prezzo alle pompe, si aggiungerebbe quello per il rincaro per tutto il resto, con le elezioni di midterm alle porte.

Si parla di malumore interno (sfavorevole in vista delle elezioni di midterm) ma anche da parte degli altri Paesi, con pressioni politiche sempre più forti e provenienti da più fronti.

Sono già trascorse 4 settimane dall’inizio del conflitto.

Per l’Iran, invece, il costo vero potrebbe giungere più tardi, seppur in modo devastante.

Se consideriamo in questa analisi anche il terzo attore, Israele è quello che desidera in ogni modo raggiungere l’obiettivo di sovvertire il regime iraniano, visto come una minaccia esistenziale.

Il rischio di un conflitto prolungato per Israele è rappresentato da una sovraestensione militare (conflitti su più fronti) che però, presumibilmente, può tollerare per un tempo lungo, sempre che gli Stati Uniti non si sfilino anticipatamente.

Pertanto, non è da Israele che dobbiamo attenderci segnali distensivi.

Non è un caso che questi stiano giungendo, alternati alle solite minacce, proprio dal presidente americano.

Col tempo si troverà un accordo, e qualunque esso sia sarà dipinto come vincente da Trump, anche se probabilmente sarà peggiore rispetto a quello che si sarebbe ottenuto senza conflitto.

Gli accordi sono solidi se raggiunti in presenza di una netta prevalenza di una delle due parti, aspetto che al momento non c’è; in caso contrario, si stringono intese deboli, temporanee e con questioni irrisolte destinate a riemergere in futuro.

Rimarco ulteriormente un punto: potrebbe essere già troppo tardi per scongiurare con un accordo immediato il verificarsi di una nuova impennata inflattiva.

Nel frattempo, dai primi giorni di guerra, dal punto di vista narrativo Trump, in evidente difficoltà, sta costruendo una exit strategy in cui parla di vittoria, sovversione del regime e annientamento delle forze militari iraniane, ma se così fosse il conflitto sarebbe già concluso da settimane e il Presidente americano non avrebbe richiesto invano l’aiuto di altri Paesi.

Riccardo Fracasso

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