Per quanto sia spiacevole anche solo scriverlo, la storia insegna che i mercati azionari generalmente trovano beneficio dai conflitti.

Ciò ha economicamente un senso perché le guerre favoriscono un aumento della spesa pubblica, il che avvantaggia in particolar modo le aziende delle armi, dell’edilizia e della sicurezza.

Poiché gli Stati Uniti sono di gran lungo il maggior produttore di armi al mondo, i mercati azionari sono spinti al rialzo soprattutto quando li vede coinvolti.

Sintetizzando, il più delle volte i mercati azionari scendono via via che la guerra si avvicina per poi riprendersi  al suo inizio o poco dopo.

Al termine di un conflitto, solitamente il trend dei mercati azionari è rialzista.

Eccezioni sono rappresentate dai conflitti in cui è protagonista il petrolio.

I precedenti più famosi sono quelli della guerra del Kippur del 1973 e dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990.

Caratteristica comune di questi due eventi è il petrolio.

Nella guerra del Kippur si arrivò all’embargo dell’oro nero da parte della Libia e dell’Arabia Saudita nei confronti degli Stati Uniti.

Col conflitto del Kuwait Saddam Hussein fece esplodere i pozzi petroliferi.

In entrambi i casi l’effetto fu quello di una forte salita del prezzo.

In buona sostanza, se in questi due conflitti i mercati azionari ne uscirono con le ossa rotte non fu per la guerra ma per le ricadute della stessa sul comparto petrolifero.

Rialzo del petrolio cui stiamo assistendo e subendo anche nella guerra in corso, provocato volontariamente con la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran.

Petrolio, quindi, indiscusso driver del mercato, inversamente correlato con le borse.

Fino a che il suo prezzo sarà fuori controllo, nei listini azionari le vendite prevarranno sugli acquisti.

Recentemente Trump, in risposta alle minacce iraniane di voler spingere i prezzi a 200 dollari al barile, ha affermato: “gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi”.

Affermazione che in qualche modo ricorda sempre il presidente americano rallegrarsi dell’aumento delle entrate grazie ai dazi.

Tuttavia, va detto che:

  • i dazi sono pagati dai consumatori americani, per cui ne rappresentano una tassa;
  • il prezzo del petrolio è stabilito a livello globale per cui un suo aumento colpisce anche i consumatori dei Paesi esportatori. Pertanto, i vantaggi di questi Paesi sono limitati alle maggiori entrate nelle casse dello stato e in quelle delle proprie aziende produttrici.

In buona sostanza, non regge la narrazione che fa apparire vantaggiosi per i consumatori i dazi e il rincaro energetico.

E lo stesso Trump è il primo a non crederci poiché ha dichiarato l’intenzione di prelevare un po’ di petrolio dalle riserve per contenere l’aumento dei prezzi dei carburanti.

D’altra parte, l’inflazione bassa e sotto controllo è uno dei meriti cui si è attribuito.

L’eventuale impennata, a pochi mesi dalle elezioni di midterm, di certo non lo aiuterebbe.

Riccardo Fracasso

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