Elezioni di midterm
In più occasioni s’è spiegato come Trump e alcune sue decisioni politiche possano essere influenzate dalle elezioni di midterm che si terranno a novembre.
Andiamo a dare qualche informazione in merito a queste elezioni americane.
Innanzitutto si tengono ogni 4 anni, a metà del mandato del presidente, quindi dopo 2 anni la sua elezione.
Si vota:
- Tutta la camera dei rappresentanti;
- Circa un terzo del Senato (i senatori durano in carica 6 anni e si rinnovano a rotazione).
- Spesso anche governatori statali e altre cariche.
La differenza fondamentale con l’Italia è che negli Stati Uniti il governo in carica non deve avere la fiducia del Parlamento.
Pertanto, il partito del presidente resta al potere anche se alle elezioni di midterm perde la maggioranza di una o entrambe le camere.
L’aspetto principale che cambia è la capacità di portare avanti le riforme, molto limitata nel caso di perdita di una camera, praticamente paralizzata nel caso di sconfitta in entrambe.
In questi casi il governo entra in una fase di compromessi con l’opposizione o di vero e proprio stallo legislativo (non è un caso che il primo biennio di legislatura è quello in cui negli Stati Uniti sono attuate la maggioranza delle riforme).
Inoltre, il Presidente è meno tutelato e le indagini e i controlli su di lui aumentano.
Tuttavia, il presidente mantiene alcuni diritti:
- applicazione leggi già esistenti;
- guida amministrativa (ministeri, agenzie, ecc.);
- se conserva il Senato, può nominare i giudici federali, i membri della Corte Suprema e gli alti funzionari;
- parlare direttamente al paese e influenzare l’opinione pubblica;
- gestione politica estera e militare, dove resta molto forte.
È bene precisare che il partito del presidente perde quasi sempre almeno una Camera alle elezioni di midterm, vuoi per il minor entusiasmo, vuoi per un po’ di delusione, che portano a una affluenza più contenuta dei propri sostenitori rispetto a 2 anni prima, mentre la partecipazione al voto dell’opposizione cresce.
Negli ultimi decenni, per esempio, nel 2010 Obama, nel 2018 Trump e nel 2022 Biden hanno perso la Camera.
La perdita dell’intero Congresso è meno frequente ma sicuramente possibile, come successo per esempio nel 1994 a Clinton e nel 2006 con Bush che, guarda caso, subì una violenta reazione da parte dell’elettorato a causa degli sviluppi della guerra in Iraq, sostenuta al suo inizio (2003), ma col tempo osteggiata per il mancato raggiungimento degli obiettivi, le numerose vittime, i costi, ecc.
Proprio la seconda legislatura di Bush rappresenta, nell’ultimo ventennio, il precedente più simile a quello dell’attuale legislatura di Trump.
Staremo a vedere se gli sviluppi (sconfitta per entrambe le Camere) saranno gli stessi.
Al momento le aspettative sono per la perdita di una sola Camera (quella dei Rappresentanti).
Tuttavia, la decisione di entrare in guerra, a maggior ragione se dovesse portare a una nuova impennata inflattiva, potrebbe mettere a repentaglio anche la maggioranza in Senato, per il quale attualmente sono tuttora leggermente in vantaggio i Repubblicani.
Come accennato in precedenza, con la perdita di forza politica aumenta la pressione politica sul Presidente, il rischio di indagini e gli approfondimenti di dossier rilevanti.
Con un Congresso completamente ostile tutto ciò sarebbe amplificato ulteriormente, motivo di possibili preoccupazioni in più per Trump in vista delle elezioni di metà mandato, considerando anche il fascicolo Epstein.
L’impressione, sempre più forte, è che Trump sia stato trascinato da Israele in una guerra dalla quale fatica a trovare una via d’uscita e che potrebbe costargli cara, ovviamente senza scordare il costo economico/umano pagato da moltissime altre persone.
Riccardo Fracasso
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