Il Presidente americano ha facoltà di avviare un conflitto senza autorizzazione del Congresso, comunque informandolo entro le 48 ore successive.

La War Powers Resolution, nota anche come War Powers Act, è la norma sancita nel 1973 che stabilisce che se dalla notifica al Congresso trascorrono 60 giorni, è indispensabile l’approvazione del Congresso per proseguire l’azione militare.

In assenza di consenso il Presidente deve interrompere le ostilità e entro 30 giorni ritirare le truppe.

Pertanto, tale legge è finalizzata a contenere il potere del Presidente coinvolgendo il Congresso nel caso di conflitti prolungati.

Nel caso in questione Trump ha informato il Congresso il 2 marzo, per cui i 60 giorni scadono il 1° maggio, tra pochissimi giorni.

Tenuto conto che tale conflitto non è ben visto anche da una parte dei Repubblicani, c’è la possibilità che il Congresso potrebbe vietarne la prosecuzione qualora fosse interpellato.

Nel caso in cui si dovesse giungere al primo maggio senza un accordo di pace, Trump potrebbe decidere se:

  • ritirare le truppe;
  • chiedere l’autorizzazione al Congresso per proseguire;
  • violare la War Powers Resolution e proseguire il conflitto.

In merito alla terza ipotesi, proprio giovedì l’amministrazione della Casa Bianca ha affermato che tale legge è incostituzionale.

Giusto ricordare come la storia americana sia ricca di precedenti in cui tale norma non è stata rispettata, aggirandola attraverso reinterpretazioni della definizione del termine “guerra” o utilizzando vecchie autorizzazioni (anche di decenni prima).

Alcuni esempi: W.Bush in Afghanistan e in Iraq, Obama in Libia, Biden in Siria e in Iraq, ecc.

Lecito pensare che, se necessario, Trump farà lo stesso, seppur sia altrettanto lecito supporre desideri raggiungere un’intesa prima.

Quel che si vuole sottolineare è uno scenario ricco di incertezza che, come noto, non è storicamente benvista dai mercati finanziari.

Nonostante tutto, i listini azionari, dopo un primo mese (marzo) di relativa turbolenza, si sono riportati nei pressi dei massimi e la volatilità è rientrata nella media storica.

Tale comportamento descrive evidentemente forza da parte dell’equity.

Ovviamente, non si possono escludere correzioni, ma ipotizzabili anche in assenza del conflitto, a causa degli enormi eccessi.

Ciò che si sa con quasi certezza è, invece, il probabile ulteriore aumento dell’inflazione.

Le quotazioni del petrolio continuano a essere alte, come i prezzi alle pompe, e questo ormai da 7 settimane, aumentando significativamente il rischio di ricadute su altri settori (trasporti, produzione, logistica) e successivamente sui salari.

Lo stesso Pentagono ha affermato che per ripulire lo stretto di Hormuz potrebbero servire 6 mesi, il che fa pensare che l’offerta del petrolio rimarrà contenuta a lunga, e difficilmente il prezzo tornerà stabilmente ai prezzi precedenti il conflitto.

E nel frattempo Trump, nonostante il contesto, ha affermato che sarebbe “deluso se il nuovo presidente della Fed non tagliasse i tassi d’interesse”.

Riccardo Fracasso

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