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Venerdì è iniziato l’attacco agli obiettivi militari dell’isola iraniana di Kharg.

Sabato Trump ha affermato che la “guerra è praticamente finita”, ma che potrebbero “colpirla ancora qualche volta solo per divertimento”.

Tralasciamo il fatto che la parola ‘divertimento’ e ‘guerra’ stridono all’interno di una stessa frase, per di più se pronunciate da una persona con dichiarate ambizioni al nobel della pace, e atteniamoci a una chiave di lettura economico/finanziaria.

Determinati atteggiamenti (il video dei bombardamenti con sottofondo la macarena) e certe frasi, peraltro piuttosto contraddittorie, a mio avviso trapelano una situazione che non è così sotto controllo agli Stati Uniti come il suo presidente vorrebbe far credere.

Pertanto, Trump alterna frasi in cui rassicura sulla vicinanza della conclusione del conflitto ad altre in cui cerca di ostentare muscoli e sicurezza, pur celando incertezza.

Innanzitutto va precisato che l’Iran militarmente è una potenza significativa.

Inoltre, come peraltro facilmente ipotizzabile, in questa guerra ha usato e sta usando un’arma estremamente potente: il prezzo del petrolio.

Forse si tratta di un conflitto cui, nella realtà, Trump non avrebbe voluto partecipare, ma è stato coinvolto da Israele che si si sta rivelando un Paese politicamente altamente influente.

Tra i maggiori finanziatori dell’ultima campagna di Trump c’è Miriam Adelson, quinta donna più ricca degli Stati Uniti e con doppia nazionalità (americana e israeliana).

Inoltre, la famiglia del genero di Trump ha origini ebree, oltre a importanti rapporti economici e non in Israele.

A ciò si aggiunga un legame storico che, tra l’altro, ci spiega come Israele sia il più grande beneficiario di aiuti americani accumulati dal 1945 in poi.

Torniamo al petrolio: come spiegato recentemente il suo rialzo non è favorevole, in termini di popolarità, al presidente americano.

Penso che Trump si trovi in una situazione complicata, in cui vorrebbe finire la guerra quanto prima per evitare ulteriori cali di popolarità in vista delle elezioni di midterm, ma deve farlo da vincente e, forse, col benestare di Netanyahu.

Da parte sua l’Iran non è un Paese dalla resa facile.

Considerato il contesto attuale, per quanto ce la augureremo tutti, non sembrano esserci le premesse né per una fine imminente del conflitto né di un calo del prezzo del petrolio.

A tal proposito, se gli Stati Uniti per cercare di comprimere i tempi del conflitto decidessero di estendere gli attacchi all’isola di Kharg anche alle sue rilevantissime infrastrutture petrolifere, le conseguenze economiche per l’Iran sarebbero enormi ma assisteremo a ulteriori rincari del petrolio.

Gli ulteriori colpi che Trump ipotizza per divertirsi, avrebbero un costo significativo a livello globale.

Riccardo Fracasso

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