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Il PIL è  il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti sul territorio nazionale in un determinato periodo.

Se da tale valore  si decurta la componente inflazione otteniamo il PIL reale.

Il PIL potenziale, invece, è la massima capacità produttiva di un Paese; in altre parole è ciò che uno Stato potenzialmente potrebbe produrre a pieno regime.

La differenza tra PIL reale e potenziale è detta output gap.

Valori negativi descrivono un sistema economico che non sfrutta interamente tutte le potenziali.

Valori pari o in prossimità dello zero rappresentano lo scenario ideale, in cui l’economia viaggia a pieno regime.

Per quanto possa apparire impossibile, l’indicatore può assumere anche valori positivi, per esempio a causa di un forte ricorso agli straordinari.

L’output gap positivo è tipico della fase espansiva del ciclo economico, fase caratterizzata dalle pressioni inflattive.

Tuttavia, dal grafico si può notare che l’output gap americano, seppur in decisa risalita negli ultimi trimestri, è tuttora in terreno negativo.

Il motivo è facile da trovare: l’economia non sta girando a pieno ritmo, con la disoccupazione che resta superiore ai livelli precovid, specie se si considera quella reale.

Sempre dal grafico è possibile osservare come le ultime recessioni siano sempre state precedute da valori positivi dell’output gap (quindi surriscaldamento economico).

Però, la tendenza ribassista dell’indicatore e le condizioni non ottimali del mercato del lavoro ci impongono di non scartare in alcun modo che alla prossima occasione tale statistica potrà non essere rispettata, anzi.

Infine, da quanto scritto si può desumere anche che l’eventuale ulteriore apprezzamento delle materie prime non necessariamente si tradurrà in forte inflazione, poiché le pressioni potrebbero essere frenate da un sistema che continua a non andare a pieno regime.

Situazione da monitorare.

Riccardo Fracasso

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