Nelle prime ore di mercoledì l’annuncio di un accordo per una tregua del conflitto in Medio Oriente.
In apertura, borse in forte rialzo e materie prime energetiche in deciso calo.
La tregua non ha retto nemmeno un giorno, con Israele che ha addirittura intensificato i bombardamenti sul Libano, non rispettando una delle richieste dell’Iran.
Reazione: stretto di Hormuz nuovamente chiuso, poi successivamente riaperto molto parzialmente (al massimo 15 navi al giorno, contro le 1.200-1.300 pre-conflitto).
In un post del 28 marzo (‘Chi sterzerà prima?’) si scriveva così:
“Col tempo si troverà un accordo, e qualunque esso sia sarà dipinto come vincente da Trump, anche se probabilmente sarà peggiore rispetto a quello che si sarebbe ottenuto senza conflitto.
Gli accordi sono solidi se raggiunti in presenza di una netta prevalenza di una delle due parti, aspetto che al momento non c’è; in caso contrario, si stringono intese deboli, temporanee e con questioni irrisolte destinate a riemergere in futuro.”.
Parole che purtroppo trovano già conferma da quanto sta accadendo: la mancata netta prevalenza di una delle due parti ha partorito un’intesa piuttosto fragile, resa ancor più debole dal comportamento di Israele.
Sempre nel post del 28 marzo:
“Rimarco ulteriormente un punto: potrebbe essere già troppo tardi per scongiurare con un accordo immediato il verificarsi di una nuova impennata inflattiva.”.
Si faceva riferimento agli effetti del secondo livello, spiegati il 7 marzo:
“L’iniziale rincaro dei prezzi energetici aggrava la situazione nel caso in cui si trasferisca ad altri settori (trasporti, produzione, logistica) e successivamente ai salari.
Si tratta dei cosiddetti effetti di secondo livello, le cui probabilità sono legate all’intensità e alla durata dello shock iniziale.
Seppure non esista una regola fissa, se il rialzo dei prezzi energetici perdura oltre 1-2 mesi, gli effetti di secondo livello sono molto probabili (quindi aumento dell’inflazione core).”.
Sono passate 6 settimane dall’inizio del conflitto e col petrolio ampiamente sopra i livelli pre-guerra.
Prime conferme già con l’ultima rilevazione del CPI (riferita a fine marzo) al 3,3%, dal 2,4% di febbraio.
Concludo con la mia visione, ben consapevole che non necessariamente sia quella giusta:
Accordo o meno, ritengo che le conseguenze della guerra non siano state interamente scontate dai mercati e che, perlomeno per la borsa americana, siano probabili minimi più profondi rispetto a quelli toccati.
D’altro canto, non scordiamoci che la guerra in Ucraina è in corso da oltre 4 anni e che, dopo una violenta fase iniziale di vendite, le borse sono volate.
In altre parole, indipendentemente dal raggiungimento di un’intesa, credo che l’eventuale estensione della correzione dovrebbe rivelarsi un’opportunità di ingresso in ottica di medio/lungo periodo.
Riccardo Fracasso
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