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Nella giornata di ieri abbiamo assistito alle dimissioni di Joe Kent, capo dell’antiterrorismo americano.

Ecco un passaggio della lettera di dimissioni: “Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

Parole che smentiscono due punti centrali per Trump:

  • l’Iran era in procinto di attaccare gli Stati Uniti;
  • è stato il presidente americano stesso a coinvolgere Israele a partecipare all’attacco congiunto.

Kent, ex agente Cia, è persona di spicco tra i repubblicani ed è difficile trovare motivi validi per cui possa aver mentito.

Molto più credibile che possa aver detto la verità, spinto dalla coscienza.

Ciò confermerebbe la forte influenza politica di Israele.

Tutte queste informazioni, in ambito economico/finanziario, ci servono per aver più chiaro il quadro quando si ragiona sulla fine della guerra.

Se il vero scopo di Israele (peraltro dichiarato da Netanyahu) è quello di sovvertire il regime iraniano, c’è da dire che il regime iraniano è un mostro a più teste, eliminata una, ne crescono altre due.

Per cui, se davvero la fine sarà decisa da Israele, il conflitto rischia d’essere infinito.

A meno che Trump, a un certo punto, una delle tante volte in cui afferma che hanno già vinto la guerra, deciderà anche di cessarla, senza però aver raggiunto alcun obiettivo concreto.

Tale strada rischierebbe di compromettere i rapporti con Israele.

Un’alternativa è un’ulteriore escalation con un attacco deciso alle infrastrutture petrolifere iraniane, mettendo economicamente in ginocchio l’avversario, ma facendo pagare ai consumatori di tutto il mondo, americani inclusi, un’ulteriore impennata dei prezzi energetici.

Ed è notizia proprio di poco fa l’attacco alle raffinerie iraniane.

L’Iran ha reagito avvisando di evacuare gli impianti Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. 

Si ricorda che il petrolio WTI, mentre scrivo vale 98 dollari a barile, nel 2008 toccò i 177 dollari, mentre curiosamente i prezzi alle pompe erano ben più basse rispetto a quelli che vediamo e paghiamo oggi.

Per non parlare del gas naturale, nel 2008 quasi dieci volte tanto i valori attuali.

Insomma, una situazione complicata dentro cui si sono infilati gli Stati Uniti ma faticano a trovarne la via d’uscita (la cosiddetta exit strategy).

Nel frattempo, il rinvio del viaggio in Cina di Trump previsto dal 31 marzo al 2 aprile suggerisce che la guerra durerà almeno altre due settimane.

Il perdurare delle ostilità e delle tensioni innalzerebbe le probabilità che si manifestino i cosiddetti effetti di secondo livello (il rincaro energetico si estende su altri settori).

Riccardo Fracasso

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