La notizia di questi giorni, purtroppo, è rappresentata dall’attacco congiunto che da sabato scorso Stati Uniti e Israele stanno sferrando contro l’Iran.
Tra le reazioni, la chiusura dello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e quasi un terzo del gas naturale consumati a livello mondiale.
Nell’ultima settimana abbiamo assistito a un deciso aumento dei prezzi energetici, dannoso ovviamente per i Paesi importatori (Area Euro e Asia in primis).
Tale situazione ci offre anche la possibilità di approfondire alcuni concetti di natura didattica.
Stiamo parlando di inflazione da offerta (riduzione), non legata a un aumento della domanda.
Nel caso specifico, la riduzione dell’offerta è legata a problemi sia di distribuzione (per l’appunto, chiusura dello stretto di Hormuz) che di produzione (l’Iran ha annunciato la riduzione di 1,16 milioni di barili al giorno, ben superiore all’aumento di 206 mila barili deciso dall’OPEC).
L’iniziale rincaro dei prezzi energetici aggrava la situazione nel caso in cui si trasferisca ad altri settori (trasporti, produzione, logistica) e successivamente ai salari.
Si tratta dei cosiddetti effetti di secondo livello, le cui probabilità sono legate all’intensità e alla durata dello shock iniziale.
Seppure non esista una regola fissa, se il rialzo dei prezzi energetici perdura oltre 1-2 mesi, gli effetti di secondo livello sono molto probabili (quindi aumento dell’inflazione core).
Ciò spiega perché la Federal Reserve presti maggior attenzione al PCE (indice al netto delle spese per cibo ed energie), rispetto al CPI (indice al lordo, decisamente più volatile e protagonista, a volte, di movimenti temporanei).
Per quanto spiegato in precedenza, fino a che il rialzo è limitato al CPI, il rischio inflattivo è circoscritto, e solo nelle occasioni in cui si estende al PCE la situazione peggiora seriamente.
Considerando il contesto attuale (sembrano poche le speranze di una guerra di breve durata), è ragionevole ipotizzare un’impennata duratura e generalizzata dell’inflazione.
In altre parole, lo scenario più accreditato è quello di una spirale in cui l’aumento dei prezzi energetici va a cascata sulla maggior parte dei beni e col tempo porti a un aumento dei salari.
Spirale che favorirebbe uno scenario già nelle corde di questo decennio e che s’era iniziato a ipotizzare già diversi anni fa: una seconda impennata inflattiva, stile anni ’70 e negli anni ’40.
Un importante tassello al momento assente in questo scenario è quello di una robusta crescita dei salari:
Si tratta di uno degli indicatori più osservati dalle Banche Centrali; normale se si pensa che i salari sono il costo principale dei servizi, che pesano moltissimo nel paniere dell’inflazione.
La crescita del costo del lavoro per un’azienda è data dalla differenza della crescita dei salari e quella della produttività.
Esempio:
- tasso crescita salari 5%.
- tasso crescita produttività 1%.
- tasso crescita del costo del lavoro = 4% (5%-1%).
A fronte di crescita della produttività media occidentale di lungo periodo dell’1-2%, una crescita dei salari del:
- 2–3% è compatibile con inflazione entro il 2%, quindi sotto controllo;
- 4–5% è compatibile con uno scenario di inflazione persistente.
Nel biennio 2023-2024, pur in presenza di una crescita dei salari americani intorno al 5%, non abbiamo assistito a un impennata dell’inflazione grazie a una produttività che in quel periodo era al 2-3%.
La produttività dell’Area Euro generalmente è inferiore di mezzo punto rispetto a quella americana (quella italiana anche di un punto).
Concludo con l’augurio che torni il prima possibile la pace.
Riccardo Fracasso
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