L’inflazione è l’aumento generale del livello dei prezzi di beni presi in considerazione e facenti parte il paniere; essa si può distinguere in:

·   inflazione da costi (se causata da un aumento dei costi):

·   inflazione da domanda (se causata da un aumento della domanda).

 
L’inflazione è misurata tramite tre indici: indice dei prezzi alla produzione, indice dei prezzi all’ingrosso ed indice dei prezzi al consumo.
Di norma un aumento dei prezzi alla produzione causa un aumento dei prezzi all’ingrosso che a sua volta anticipa un aumento dei prezzi al consumo.
 

Esistono ad ogni modo alcuni casi in cui tale legame non è rispettato:

·     la produzione è rivolta all’esportazione;

·     il livello di scorte è elevato e  di  conseguenza  un aumento dei  prezzi alla  produzione non provoca un aumento immediato dei prezzi all’ingrosso e dei prezzi al consumo;

·     il paniere utilizzato per calcolare i prezzi alla produzione ed i prezzi all’ingrosso non  è   identico  a  quello  per  calcolare  i  prezzi al consumo; i prezzi alla produzione e quelli   all’ingrosso   considerano  solo   i prezzi dei beni industriali senza esaminare i costi dei   servizi, la cui incidenza sull’indice dei prezzi è notevole.

 

L’aumento dell’inflazione è negativo per la borsa per diversi motivi:

·      un  aumento  del  tasso  d’inflazione è interpretato come un segnale premonitore di una  politica monetaria restrittiva che consiste in una fase di aumento dei tassi;

·      l’aumento  dei tassi  che segue l’aumento dell’inflazione determina da un lato la discesa   dei  mercati   e dall’altro un rialzo del prezzo di finanziamento per le imprese causando   un  calo  dei  consumi  e  degli  investimenti  rendendo  più difficile la concorrenza con   l’estero e provocando un ulteriore deprezzamento per i mercati.

L’aumento dell’inflazione non è causa di un ribasso della borsa qualora essa lo abbia già scontato.
 

La deflazione è una diminuzione del livello generale dei prezzi, l’opposto dell’aumento generale dei prezzi che si definisce inflazione.

La deflazione non dovrebbe essere confusa con la disinflazione, che descrive semplicemente un rallentamento del tasso di inflazione.
La deflazione deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, i quali poi attendono ulteriori cali dei prezzi, creando una spirale negativa.
Le imprese, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori.
La riduzione dei prezzi si ripercuote per le imprese sui ricavi, anch’essi generalmente in calo; ne deriva il tentativo da parte delle imprese di ridurre i costi, attraverso la diminuzione dei costi per l’acquisto di beni e servizi da altre imprese, del costo del lavoro e tramite un minor ricorso al credito.                 
Casi di forte deflazione possono indurre il fenomeno della tesaurizzazione, intesa come raccolta dell’unità monetaria della quale si prevede un ulteriore aumento del potere d’acquisto.
Gli effetti negativi della deflazione tendono quindi a diffondersi nell’economia, provocando una situazione di depressione economica.
Lede quelle fasce di lavoratori che si vedono ridotto il reddito a seguito della riduzione dei salari.
Tra le principali cause di deflazione vi è la scarsità di moneta.                               
Una situazione di deflazione si verificò in Giappone fra il 2000 e 2006, con la Banca Centrale costretta a fissare un tasso d’interesse allo 0%, per favorire la liquidità circolante.
 
La stagflazione è una fase economica debole ma con aumento di prezzo; è questa la peggiore fase.
Una proficua lotta alla stagflazione è particolarmente complessa, in quanto per diminuire la spinta inflazionistica le Banche Centrali dovrebbero ridurre la massa di moneta circolante e, indirettamente, contenere la domanda di beni e servizi; ma una diminuzione della domanda causata da scarsità della massa monetaria non favorisce la crescita economica e quindi il rientro della disoccupazione.
Rispetto agli anni ’70, oggi il fenomeno della stagflazione viene mitigato dalla mancata rincorsa prezzi/salari, ovvero ad un aumento dei prezzi, soprattutto petrolio e materie prime, non corrisponde automaticamente un adeguamento inflattivo delle richieste salariali che vengono condizionate dalla possibilità per le imprese di esportare sempre di più la produzione in paesi che hanno un costo del lavoro nettamente inferiore.
Questa tendenza a sua volta riduce la possibilità di contrattare eventuali aumenti salariali nei paesi più sviluppati riportando in equilibrio il mercato del lavoro e quindi senza produrre un ulteriore peggioramento del tasso d’inflazione.
A questo punto una politica monetaria restrittiva risulta inefficace e quindi occorre agire piuttosto su quella fiscale, con una sensibile riduzione della spesa corrente ed una corrispondente riduzione della pressione fiscale, unico strumento efficace per stimolare i consumi e perciò la domanda aggregata di beni e servizi.
La conseguente crescita economica rende quindi possibile una ripresa dell’occupazione, proprio in conseguenza della sopra citata moderazione salariale.
Alle Banche centrali spetta quindi il compito di fine tuning, ovvero di equilibrare con la maggiore precisione possibile, la liquidità immessa nel sistema, in particolare attraverso una migliore allocazione della massa monetaria allargata che accompagni la ripresa dell’economia.
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